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mercoledì 8 Mag 2019

RICCARDO CANESSA

Turandot

di G. Puccini

Troppe teste bianche in platea! E’ un allarme avvertito dai Teatri d’opera d’ogni parte d’Italia. Il pubblico è vecchio, non si rinnova. I giovani restano lontani dalla lirica, hanno la loro musica, un proprio linguaggio e una propria idea dell’Opera, un’anticaglia legata al gusto dei nonni, fatto di grassone e grassoni che muoiono cantando. E tanto torto non hanno, se si guarda la foto di Beniamino Gigli e Lina Pagliughi in Lucia di Lammermoor alla Scala nel 1946. Non sanno che se il mondo è cambiato, lo è anche quello dell’opera e non soltanto perché i suoi interpreti curano la linea o le regie spazzano via il vecchio ciarpame, ma perché è divenuto più esplicito il rapporto fra musica e parola, melodia e sentimento, pretesto narrativo e valore morale, che sono gli elementi di una formula drammaturgica immortale, che fuori d’Italia i pubblici occidentali d’ogni età continuano a gradire e di cui cominciano ad entusiasmarsi anche quelli dell’Estremo Oriente.

Come fare per recuperare anche da noi il trend del gradimento generalizzato  che un fenomeno d’arte tutto italiano raccoglie nel mondo? Continuare ad accogliere all’opera  le teste bianche, ma offrire a quanti restano a casa o vanno al pub un approfondimento mirato su questa o quella opera, cercando di incuriosirli su una cosa “vecchia” in modo “nuovo”, usando un linguaggio al passo con i tempi, il più possibile vicino a quello dell’universo televisivo. Ed è questa la caratteristica primaria dell’Opera Talk che fa riferimento agli approfondimenti, ai quiz, al coinvolgimento del pubblico dentro e fuori gli studi che dallo schermo di casa ci accompagna quotidianamente. Un pianoforte, uno o due giovani artisti di canto un po’ di luci ben piazzate e il sottoscritto, che sfrutta la sua esperienza di regista per raccontare, spiegare con vivacità, all’opposto di ogni atteggiamento cattedratico, trame e situazioni,  ironizzando su certe aneddotiche tipiche del mondo dell’opera e coinvolgere il pubblico chiamando spettatori sul palco per farli partecipare a un’azione scenica e invitando gli altri a cantare in coro qualche passo più noto.

L’esperienza di siffatti stage operistici in teatri, scuole e persino carceri, ha confermato la validità della formula e raggiunto il risultato di rompere quel muro di diffidenza all’origine del mancato rinnovamento del pubblico.      

Turandot è l’ultimo e incompiuto lavoro di Giacomo Puccini, terminato, come noto, da Alfano. Una favola che finisce con il sacrificio di Liu, schiava fedele ed innamorata del principe ignoto, che rappresenta la fine delle grandi eroine della grande stagione del melodramma italiano. L’opera, conosciuta forse più per la popolarità delle sue romanze e per la proverbiale spettacolarità degli allestimenti, contiene dei momenti intimisti e progressivi che sarà interessante analizzare assieme al pubblico.